Perché Pensare Positivo Non Basta (E Cosa Fare Davvero)

“Quando tratti male un bambino, lui non smette di amare te. Smette di amare se stesso” Gabriella Tupini

“Pensa positivo!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Come se bastasse un mantra per cambiare il nostro stato interiore. Come se la mente potesse imporsi sull’anima, ignorando ferite, paure, esperienze vissute. Ma funziona davvero così?

Continua a leggere per scoprire i limiti del classico “pensiero positivo” e cosa fare davvero per ritrovare la serenità. Troverai anche un esercizio che ti farà piangere (e che guarirà la tua autostima).

Ritrova la serenità, un pensiero alla volta.

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Il problema del “pensa positivo”

Non possiamo pensare positivo se dentro non siamo davvero positivi. E se non lo siamo, c’è una ragione. Non nasciamo con un’inclinazione negativa: la vita ci modella, l’infanzia ci segna. Se siamo cresciuti in un ambiente che ci ha trasmesso insicurezza, paura o senso di inadeguatezza, come possiamo semplicemente “scegliere” di essere positivi?

La volontà può aiutarci a fare cose concrete, a studiare, a lavorare, a portare avanti impegni, ma non può cambiare ciò che sentiamo nel profondo. Non può, da sola, trasformare il dolore in gioia. La positività non si impone, si coltiva.

Essere se stessi: un concetto sfuggente

Un altro mantra comune: “Sii te stesso”. Ma cosa significa? Come possiamo essere noi stessi se non sappiamo chi siamo? Se tutta la vita abbiamo cercato di farci accettare dagli altri? Se il nostro vero io è stato modellato dalle aspettative altrui, dai giudizi, dalle ferite?

Tutti cresciamo con il bisogno di essere amati, riconosciuti, accettati. Se questo amore non lo abbiamo ricevuto in modo incondizionato, passiamo la vita a cercarlo, adattandoci a ciò che gli altri vogliono da noi. Allora “essere se stessi” non è qualcosa di automatico. È un percorso di scoperta, di disfacimento degli strati imposti, di accettazione autentica.

I genitori e il ciclo delle ferite

Spesso si dice che i genitori dovrebbero amarci incondizionatamente. Eppure, la realtà è più complessa. Non perché non ci vogliano bene, ma perché anche loro sono stati figli. Anche loro hanno ricevuto mancanze, pressioni, aspettative. E spesso, senza volerlo, ripropongono su di noi quello che hanno vissuto.

Il punto non è colpevolizzare, ma capire. Se siamo genitori, possiamo provare a interrompere il ciclo. Non basta preoccuparsi, fornire istruzione, cure. Amare significa vedere davvero l’altro, riconoscerlo nella sua unicità, permettergli di esprimere le proprie emozioni senza paura del giudizio. E quando sbagliamo – perché tutti sbagliamo – il gesto più potente che possiamo fare è chiedere scusa. Riconoscere, davanti a un figlio, che abbiamo qualcosa da migliorare. Questo è amore.

Il vero pensiero positivo

Esistono pensieri positivi autentici. Non quelli che forziamo con la mente, ma quelli che nascono dal sentire. Non possiamo imporci di vedere il mondo con benevolenza se dentro di noi c’è rabbia o dolore. Possiamo, però, iniziare a coltivare uno sguardo diverso.

Un pensiero positivo autentico non è dire “Andrà tutto bene” quando non ci crediamo. È augurare a chi soffre un po’ di sollievo. È rivolgere un momento di attenzione, anche solo interiore, a chi è in difficoltà. È un’energia sottile, che non si impone, ma si diffonde.

Il valore dell’empatia


Per provare autentica benevolenza verso gli altri, dobbiamo averla sperimentata su di noi. Se siamo cresciuti senza sentirci davvero accolti, se abbiamo vissuto ambienti rigidi o freddi, può essere difficile aprirsi alla compassione. E allora il primo passo non è forzarci ad amare il mondo, ma imparare a trattarci con più gentilezza.

Oltre la retorica: come ritrovare la serenità

“Non possiamo cambiare nulla finché non lo accettiamo” – Carl Jung

Pensare positivo non significa ignorare il dolore o fingere che tutto sia perfetto. Significa accettare che la vita ha luci e ombre, che il nostro stato interiore ha radici profonde. E che non possiamo costringerci a cambiare, ma possiamo scegliere di comprenderci, di ascoltarci, di trattarci con più umanità. La meditazione è uno strumento prezioso perché ti aiuta a fermarti e ad ascoltarti davvero (se vuoi iniziare, trovi qui il nostro percorso).

Da lì, con il tempo, il pensiero positivo emerge da solo. Non come un obbligo, ma come un respiro naturale.

La guarigione inizia riscoprendo la parte di noi che da bambina non si è sentita amata. Quando ci diamo l’affetto che ci è mancato, smettiamo di cercare approvazione esterna: il cambiamento avviene, il nostro valore diventa incrollabile, e i pensieri positivi emergono.

Questo esercizio ti farà piangere (e guarirà la tua autostima)

Adesso, chiudi gli occhi e visualizza la porta della tua vecchia cameretta. Immagina di entrare nella stanza da adulto e di sederti accanto al tuo bambino interiore.

Chiedigli: “Cosa ti ha fatto perdere fiducia in te stesso? Cosa ti ha fatto sentire di non valere abbastanza?”

Ascolta le sue parole, anche quelle che non riesce a dire. 

Poi chiedigli di cosa avrebbe avuto bisogno per mantenere la sua autostima, o di cosa ha bisogno ora per ricostruirla. Quali parole, quali gesti delle tue figure di riferimento avrebbero fatto la differenza?

E poi dai al tuo bambino interiore esattamente questo. Sarà lì che capirai: sei tu il genitore di cui hai sempre avuto bisogno.

Libro Consigliato: Nella Tana del Lupo

Se questo articolo ti ha toccato, è perché si basa sugli insegnamenti profondi di “Nella tana del lupo” della psicoterapeuta Gabriella Tupini. Questo libro esplora come le dinamiche familiari e le ferite dell’infanzia influenzino il nostro modo di percepirci, offrendo spunti concreti per ritrovare il proprio valore e la serenità.

È un viaggio intenso dentro le nostre ombre, con riflessioni potenti per trasformare la paura in consapevolezza. Se senti che dentro di te c’è ancora una parte che aspetta di essere vista e accolta, questo libro può essere il punto di svolta.

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Helen
Helen
24 giorni fa

Complimenti davvero per l’articolo di oggi!